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Quali forme di potere sappiamo ancora riconoscere?

  • unamarziana
  • 30 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Ogni epoca ha il suo modo di raccontare il potere. Ci sono momenti storici in cui esso si manifesta in superficie, attraverso istituzioni, eserciti, economie. Altri in cui scorre sotto pelle, invisibile ma determinante, come una corrente sotterranea che modella la forma delle società. Michael Mann, sociologo britannico nato nel 1942, ha dedicato la sua opera a inseguire queste correnti, a cartografare le strutture profonde che sostengono le civiltà. Nello stesso arco di tempo, l’astrologia contemporanea ha attribuito a Plutone, scoperto nel 1930 e divenuto simbolo del potere personale e collettivo e della trasformazione radicale, il compito di rappresentare proprio quelle forze invisibili che plasmano individui e collettività. In questo articolo ho scelto di mettere in dialogo il contributo sociologico di Mann e il simbolismo di Plutone, non per sovrapporre piani disciplinari, ma per riconoscere che entrambi, con linguaggi differenti, interrogano lo stesso oggetto: il potere come energia che struttura e ristruttura continuamente le società.

Michael Mann nasce in un’Inghilterra che sta ancora rimettendo insieme i pezzi dopo la prima guerra mondiale. È un paese che ha conosciuto il potere nella sua espressione più brutale, quella della violenza bellica, e nella sua forma più ordinata e rassicurante, lo Stato sociale che si espande e tenta di ricucire le fratture. Mann appartiene a una generazione per la quale il potere non è un concetto teorico, ma una presenza quotidiana: la disciplina rigida della scuola, la struttura familiare ancora fortemente patriarcale, la burocrazia che regola ogni aspetto della vita pubblica, la competizione economica che comincia a farsi sentire. In un contesto simile, non sorprende che la sua sociologia nasca come un tentativo di capire come queste diverse forme di potere si incastrino, si condizionino, si sostengano a vicenda.

Mann distingue quattro fonti di potere sociale : ideologico, economico, militare, politico. Da qui si struttura il modello IEMP, il quale nasce da una constatazione molto semplice : il potere non è uno, non è riducibile a un’unica logica. Non è solo economia, come vorrebbe il marxismo; non è solo coercizione, come suggerirebbe una lettura hobbesiana; non è solo legittimazione simbolica, come direbbe un weberiano. Il potere è un ecosistema. Le sue forme si sovrappongono, si contendono lo spazio, si rafforzano o si sabotano a vicenda. Mann non cerca una teoria unificata del potere: cerca una mappa all’interno della quale muoversi per comprendere più approfonditamente. Ed è proprio in questa idea di mappa che, a mio avviso, si apre un punto di contatto con l’astrologia. Anche la mappa zodiacale, pur muovendosi su un piano simbolico del tutto diverso, tenta di leggere la realtà attraverso una pluralità di forze, di linguaggi, di dinamiche che non sono mai isolate ma interconnesse. Le dimensioni del potere individuate da Mann e gli archetipi astrologici non parlano delle stesse cose, ma condividono un’intuizione: ciò che osserviamo nella vita sociale non è mai univoco, bensì l’esito di molteplici vettori che agiscono contemporaneamente, come facce diverse di una stessa medaglia.

Per comprendere la profondità del modello di Mann, mi è stato utile affiancare al suo lavoro una lettura simbolica del contesto astrologico in cui nasce. Mann appartiene alla generazione di Plutone in Leone (1937–1958), un archetipo che non riguarda tanto la psicologia individuale quanto un clima collettivo: quello in cui il potere viene pensato attraverso la centralità dell’io, la costruzione dell’identità, l’idea di espressione personale come forma di influenza. Il Leone, in astrologia, non è soltanto il segno della sovranità, ma anche della visibilità, della creatività che vuole lasciare un’impronta, della tensione a definire un centro attorno a cui organizzare il significato.

Questa cornice simbolica trova riscontro in diversi processi storici che segnano la generazione del dopoguerra. Gli anni Cinquanta, ad esempio, sono il periodo del boom economico in Europa occidentale e negli Stati Uniti: un’epoca in cui la crescita dei consumi, l’espansione della classe media e la mobilità sociale alimentano l’idea che il successo personale sia possibile e misurabile. È anche il momento in cui esplode la cultura pop e il divismo moderno, con figure come Elvis Presley, James Dean o Marilyn Monroe che incarnano un nuovo modello di individualità carismatica e visibile. Parallelamente, la psicologia umanistica di Maslow e Rogers introduce nel discorso pubblico la nozione di autorealizzazione, di autenticità, di “sé” come progetto: un lessico che mette al centro l’individuo come soggetto creativo e responsabile della propria traiettoria.

In questo senso, il simbolismo di Plutone in Leone può offrire una chiave interpretativa interessante: la generazione di Mann cresce in un mondo che sta ridefinendo il rapporto tra individuo e potere, tra autorità e identità, tra leadership e responsabilità. Non si tratta di attribuire a Mann tratti caratteriali, ma di riconoscere che la sua opera nasce in un clima culturale in cui il potere viene interrogato anche nella sua dimensione soggettiva, nella sua capacità di modellare l’io e di essere modellato dall’io. Il suo tentativo di costruire una teoria ampia, capace di abbracciare molteplici forme di potere, può essere letto come un’espressione di questo orizzonte generazionale, più che come un tratto personale.

Ma quando Mann inizia a scrivere The Sources of Social Power, Plutone non è più in Leone. È entrato in Scorpione, il suo domicilio, il luogo simbolico della profondità, della decomposizione, della trasformazione radicale. È il potere che non si vede, quello che opera nelle viscere delle istituzioni, nei desideri collettivi, nelle paure, nei sistemi di controllo. È il potere che non si limita a comandare, ma vuole trasformare. Non è un caso che Mann, proprio in quegli anni, si dedichi a smontare e ricomporre le strutture del potere storico, scavando nelle radici delle civiltà, analizzando imperi, religioni, economie, eserciti. Il suo lavoro è plutoniano nel senso più profondo: scava, disseziona, porta alla luce ciò che è nascosto.

E oggi? Oggi Plutone è entrato in Aquario, segno associato alla collettività, alle reti, alle tecnologie, ai movimenti sociali, alla dimensione impersonale del potere. Se il Leone è il sovrano e lo Scorpione è l’ombra, l’Acquario è la rete. È il potere che non appartiene più a un individuo né a un’élite nascosta, ma si distribuisce tra gruppi, piattaforme, algoritmi, comunità fluide. È il potere che si esercita attraverso connessioni, non gerarchie. È il potere sociale nella sua forma più pura.

Ed è qui che il modello IEMP torna utile. Perché oggi il potere ideologico passa attraverso i media digitali e le narrazioni virali; il potere economico si concentra nelle mani di piattaforme globali; il potere militare si ibrida con la tecnologia; il potere politico fatica a inseguire la velocità dei cambiamenti. Plutone in Aquario non “causa” tutto questo, ma lo rappresenta simbolicamente: è l’archetipo di un’epoca in cui il potere non è più verticale, ma reticolare. In cui la trasformazione non avviene dall’alto, ma attraverso movimenti collettivi, proteste, comunità online, intelligenze distribuite.

Il passaggio da Leone a Scorpione ad Aquario racconta una storia: dal potere personale, al potere strutturale, al potere collettivo. Rileggere oggi The Sources of Social Power significa interrogarsi su come queste trasformazioni stiano modificando le modalità con cui il potere si manifesta, si distribuisce e si legittima. Il modello IEMP, nato in un contesto storico diverso, acquista una nuova profondità se lo si osserva alla luce di un’epoca in cui il potere non è più concentrato né occulto, ma diffuso, frammentato, spesso impersonale. La domanda diventa allora quali forme di potere stiano emergendo nelle società attraversate da Plutone in Acquario, quali logiche collettive stiano ridefinendo l’autorità, la partecipazione, il conflitto, e in che modo le categorie di Mann possano aiutarci a comprendere questa transizione. Riguardare la sua opera con uno sguardo contemporaneo significa riconoscere che il potere non è più soltanto una questione di istituzioni o di élite, ma un processo che coinvolge reti, comunità, tecnologie e immaginari condivisi.

 
 
 

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