Siamo noi a dare forma al mondo o il mondo a dare forma a noi?
- unamarziana
- 18 gen
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Nel discorso contemporaneo, tanto sociologico quanto spirituale, convivono due credenze opposte riguardo al nostro ruolo di individuo nella società. Da un lato si diffonde l’idea che ciò che facciamo non abbia alcun peso, che il comportamento di un3 singol3 sia trascurabile rispetto alla vastità delle strutture sociali, quasi fossero entità autonome che si riproducono indipendentemente dalle nostre azioni. Dall’altro lato, una retorica iper‑individualista afferma con altrettanta convinzione che tutto dipenda esclusivamente dalla volontà personale, che il destino individuale sia il risultato diretto della propria disciplina, della propria forza interiore e della capacità di “lavorare su se stessi”. Queste due visioni, pur apparentemente inconciliabili, condividono un tratto comune: entrambe isolano l’individuo dal contesto, o negandone il potere o attribuendogliene troppo.
La teoria della strutturazione di Anthony Giddens permette di superare questa polarizzazione. Giddens critica sia lo strutturalismo sia il funzionalismo, poiché entrambi tendono a far scomparire il soggetto, la sua esperienza e la sua intenzionalità. Nello strutturalismo, l’individuo è determinato da strutture sovra‑individuali che preesistono e lo definiscono a prescindere dalla sua specificità; nel funzionalismo, la società è concepita come un tutto organico governato da leggi impersonali, e l’azione individuale è ridotta a semplice adeguamento normativo. In entrambi i casi, la soggettività umana viene annullata, e con essa la possibilità di comprendere l’agire come processo creativo, riflessivo e situato.
Giddens invita a considerare l’azione non come un semplice comportamento individuale, ma come il prodotto del “Sé agente”, un soggetto capace di monitorare in modo riflessivo il proprio operato e quello degli altri. Questa capacità riflessiva si articola su due piani distinti: da un lato la coscienza pratica, fatta di saperi incorporati e routine che orientano la vita quotidiana senza necessità di essere verbalizzati; dall’altro la coscienza discorsiva, che consente agli individui di formulare spiegazioni e motivazioni rispetto alle proprie scelte. Il fatto che le azioni possano generare effetti non intenzionali non invalida la presenza di intenzionalità: segnala piuttosto la complessità dell’agire sociale e i limiti strutturali entro cui gli individui operano.
Per Giddens, inoltre, l’azione non è mai un evento isolato, ma si inscrive sempre all’interno di coordinate spazio‑temporali specifiche. L’agire umano si sviluppa in continuità con pratiche che si estendono nel tempo e nello spazio, collegando attori anche lontani tra loro. La vita sociale non dipende soltanto dalla compresenza fisica, ma da forme di distanziamento spazio‑temporale che permettono alle istituzioni di operare ben oltre il momento e il luogo della loro origine. È questa capacità di estendere l’azione attraverso il tempo e lo spazio che rende possibile la riproduzione delle strutture sociali.
La routine quotidiana, in questo quadro, non è una semplice abitudine rassicurante, ma il meccanismo attraverso cui gli individui mantengono continuità con il passato e orientano le proprie azioni verso il futuro. Ogni gesto, anche il più apparentemente ordinario, si inserisce in una trama di pratiche sedimentate che attraversano generazioni e contesti differenti. L’azione individuale diventa così un punto di raccordo tra ciò che è già stato e ciò che potrà essere, un nodo all’interno di un flusso costante di riproduzione e trasformazione.
La vita quotidiana è dunque il luogo in cui l’esperienza del sociale prende forma. Non incontriamo le strutture come entità astratte, ma attraverso le situazioni concrete che viviamo. La quotidianità è fatta di routine, e proprio la routine svolge una funzione cruciale: riduce il carico cognitivo, offre sicurezza ontologica, dà continuità alla nostra identità e permette la riproduzione delle istituzioni sociali. È nella ripetizione dei gesti ordinari che la società si rigenera. Le strutture non sono un apparato esterno e immutabile, ma esistono solo nella misura in cui vengono continuamente riprodotte attraverso le pratiche degli individui.
Per questo Giddens definisce la struttura come un insieme di regole e risorse. Le regole orientano l’interpretazione e l’azione; le risorse, allocative e autoritative, permettono agli individui di agire. Utilizzando regole e risorse, gli individui riproducono la società, ma nel farlo generano anche nuove regole e nuove risorse. La struttura, dunque, non è statica: è un processo, un movimento continuo di riproduzione e trasformazione. È ciò che Giddens chiama -strutturazione-.
La grande innovazione della sua teoria è la dualità della struttura: la struttura è allo stesso tempo mezzo e risultato dell’azione. Non esiste struttura senza azione, e non esiste azione senza struttura. È un circuito continuo, non un’opposizione. L’agency, in questo quadro, non è semplicemente la capacità di fare una differenza, ma la possibilità di poter agire altrimenti. Chi ha potere è chi può scegliere diversamente. Il potere non è dominio, ma la possibilità situata, il margine di manovra entro condizioni sociali che lo rendono possibile e allo stesso tempo lo limitano.
Le strutture sociali si articolano attraverso tre principi fondamentali: significazione, dominazione e legittimazione. La significazione riguarda il linguaggio e i sistemi simbolici; la dominazione si esprime attraverso le risorse (allocative e/o autoritative); la legittimazione concerne poi le norme e le sanzioni. Questi principi permettono la riproduzione delle istituzioni nel tempo e nello spazio e rendono possibile l’integrazione sociale e sistemica. L’integrazione sociale si riferisce alla reciprocità tra attori in compresenza fisica, mentre l’integrazione sistemica riguarda le relazioni tra attori e istituzioni distanti nel tempo e nello spazio, tipiche delle società moderne.
A questo punto, il dialogo con l’astrologia simbolica diventa sorprendentemente fecondo.
É possibile introdurre due archetipi astrologici che, pur appartenendo a un linguaggio simbolico diverso, risuonano con quanto emerso dalla teoria della strutturazione. Non è una corrispondenza precisa né un paragone tecnico, ma un richiamo simbolico: un modo per intuire, attraverso l’astrologia, alcune dinamiche che Giddens descrive in sociologia.
Nel linguaggio astrologico, Mercurio e Plutone si incontrano simbolicamente in due segni dello Zodiaco. Il primo è quello dei Gemelli, associato alla terza casa, che rappresenta l’ambiente di prossimità, l’infanzia e l’adolescenza: il primo spazio in cui l’individuo inizia a differenziarsi dalla famiglia d’origine e a costruire la propria identità attraverso il linguaggio, la curiosità e la capacità di stabilire connessioni logiche e relazionali. Qui Mercurio esprime la sua funzione di ponte, di mediazione, di interpretazione del mondo.
Il secondo incontro avviene nel segno dello Scorpione, dove la funzione mercuriale si confronta con la profondità plutoniana. In questo territorio simbolico emergono temi legati al valore personale, alla capacità di lasciare andare, all’eredità psichica, materiale e sociale, al potere interiore, alle pulsioni e alla loro trasformazione, alla sessualità e al mondo dell’invisibile e dell’inconscio. Plutone introduce una dimensione di intensità e di profondità che richiama le dinamiche sotterranee delle strutture sociali: ciò che non si vede, ma che condiziona e orienta l’agire.
E ancora.. Mercurio rappresenta la mente, il linguaggio, la capacità di interpretare e dare significato: è l’equivalente simbolico della dimensione della significazione. Plutone, invece, rappresenta il potere invisibile, le dinamiche profonde, ciò che non si vede ma struttura: è l’archetipo che più si avvicina alla dimensione della dominazione e della legittimazione.
Quando Mercurio e Plutone entrano in un dialogo, l’individuo diventa consapevole delle forze invisibili che lo attraversano. Questa consapevolezza aumenta la sua agency, non perché gli attribuisca un potere illimitato, ma perché gli permette di situare la propria azione all’interno di un contesto più ampio. L’archetipo plutoniano, spesso vissuto in modo polarizzato tra onnipotenza e impotenza, trova nella teoria della strutturazione una via intermedia: non siamo totalmente determinati dalle strutture, ma non siamo nemmeno totalmente liberi.
Siamo parte di un processo più grande, ma non per questo siamo irrilevanti.
Ogni gesto, anche minimo, contribuisce alla riproduzione della struttura sociale. Ogni azione è un atto di co‑creazione. La sociologia ce lo mostra attraverso la teoria della strutturazione; l’astrologia ce lo racconta attraverso gli archetipi di Mercurio e Plutone. Entrambe le discipline, pur con linguaggi diversi, ci invitano a riconoscere che la nostra agency non è assoluta, ma è reale, e che la consapevolezza – sociologica e simbolica – è il primo passo per esercitarla.
In questo quadro diventa fondamentale il lavoro di riconoscimento e decodifica delle strutture e delle sovrastrutture sociali che attraversano la nostra esperienza quotidiana. Se l’agency non è un potere astratto, ma la capacità situata di poter agire altrimenti, allora essa richiede necessariamente un processo di consapevolezza: comprendere quali regole, quali risorse, quali aspettative e quali vincoli modellano il nostro agire significa restituire all3 soggett3 la possibilità di riappropriarsi del proprio margine di azione. Senza questa consapevolezza, l’individuo rischia di confondere la propria interiorità con ciò che interiorità non è, scambiando per tratti personali ciò che è invece il risultato di sedimentazioni storiche, norme implicite, ruoli sociali e gerarchie simboliche.
In astrologia, questo processo di riconnessione con il proprio potere situato trova un corrispettivo simbolico nel lavoro sul Sole, inteso come centro dell’identità, nucleo del Sé agente, principio di espressione e manifestazione. Il Sole non rappresenta un’essenza isolata, ma la capacità di irradiare la propria forma nel mondo, di agire in coerenza con la propria direzione interiore pur all’interno dei limiti imposti dalla coesistenza con gli altri “soli”, cioè con le altre soggettività che abitano lo spazio sociale. Il Sole non brilla nel vuoto: brilla in un cielo condiviso, regolato da orbite, distanze, equilibri e tensioni che ricordano da vicino le regole e le strutture che governano la vita collettiva.
Riconoscere le strutture sociali non significa quindi negare la propria individualità, ma al contrario permetterle di emergere in modo più autentico. Solo comprendendo ciò che ci condiziona possiamo distinguere ciò che ci appartiene da ciò che abbiamo ereditato inconsapevolmente; solo ricercando una lettura delle dinamiche invisibili possiamo evitare di confondere la nostra voce con quella delle istituzioni interiorizzate; solo decodificando le sovrastrutture possiamo restituire al nostro Sole la possibilità di manifestarsi senza essere assorbito o deformato da ciò che lo circonda. La consapevolezza delle strutture rende possibile l'agire della nostra libertà.



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