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L’interiorizzazione del mondo

  • unamarziana
  • 28 dic 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

La mia formazione è sociologica e astrologica, anche se, ahimè, l’astrologia non è riconosciuta come scienza umana e sociale. Eppure, per me, è una guida preziosa in tutte le riflessioni sull’individuo e sul collettivo. È un linguaggio simbolico che, da quando l’ho imparato, ha radicalmente trasformato la mia visione del mondo e il modo in cui analizzo la società. Non la considero un’alternativa alla sociologia, ma un codice interpretativo che mi permette di cogliere connessioni, dinamiche interiori e risonanze simboliche che spesso sfuggono ai linguaggi più razionali.

Fatta questa dovuta premessa...

Io non ho mai studiato psicologia o psicoanalisi in senso accademico, mi sono avvicinata alla psicoanalisi attraverso la sociologia e, parallelamente, attraverso l’astrologia umanistica di matrice junghiana. Quando ho incontrato il contributo che la psicoanalisi, soprattutto quella freudiana, ha dato alla sociologia nella Vienna degli anni ‘20 (del secolo scorso, ormai va precisato), ho percepito una sorprendente continuità tra questi saperi. Non perché io sia un’esperta di Freud, ma perché alcune sue intuizioni risuonano profondamente con ciò che ho appreso attraverso l’astrologia psicologica: la struttura dell’Io, le pulsioni, i condizionamenti, i simboli interiorizzati.

Freud, nella seconda topica esposta in L’Io e l’Es (1923), descrive l’apparato psichico come articolato in tre istanze psichiche: Es, Io e Super-Io. Nella mia mente queste tre istanze si sovrappongono spontaneamente ai tre archetipi astrologici che conosco meglio: l’Es come Plutone, la pulsione profonda e trasformativa; l’Io come Sole, il centro della coscienza e dell’identità; il Super-Io come Saturno, la legge, il limite, la struttura, l’autorità interiorizzata. Non intendo dire che Freud e l’astrologia dicano la stessa cosa, ma che questi due linguaggi, per me, risuonano. Ed è proprio il Super-Io, o Saturno, a essere diventato il punto centrale della mia riflessione sociologica.

Studiando sociologia in modo approfondito, mi è diventato chiaro che il Super-Io non è soltanto una struttura psichica: è la società che si installa dentro di noi. È il contesto culturale in cui cresciamo, l’insieme delle norme, dei ruoli, delle aspettative, delle tradizioni e delle gerarchie che interiorizziamo fin dall’infanzia. È ciò che definisce ciò che è normale, giusto, accettabile. E più una società è rigida, più il Super-Io diventa oppressivo.

A questo punto, il pensiero di Talcott Parsons diventa particolarmente utile. Parsons, nella sua teoria dell’azione sociale, sostiene che la società si riproduce proprio attraverso il processo di interiorizzazione delle norme e dei valori. L’individuo non agisce mai in modo isolato, ma sempre all’interno di un sistema di aspettative condivise. La congruenza tra le nostre azioni e ciò che gli altri si aspettano da noi non è casuale: è il risultato della socializzazione, cioè del processo attraverso cui interiorizziamo il quadro normativo della cultura in cui viviamo. In questo senso, il Super-Io freudiano e il concetto parsonsiano di interiorizzazione convergono: entrambi descrivono il modo in cui la società entra dentro di noi e orienta il nostro comportamento.

Parsons insiste sul fatto che gli attori sociali non sono mai individui isolati, ma nodi di un sistema di interrelazioni. Ogni azione è sempre un’interazione, e ogni interazione avviene all’interno di un contesto culturale che definisce ciò che è appropriato, legittimo, desiderabile. La cultura, per Parsons, è il quadro normativo che rende possibile la cooperazione sociale. E la socializzazione è il processo attraverso cui questo quadro viene interiorizzato, diventando parte della nostra identità. In altre parole, ciò che Freud chiama Super-Io è, in termini sociologici, il risultato della socializzazione: l’incorporazione delle norme e dei valori che rendono possibile la vita collettiva. Prima di arrivare alla questione delle donne nella sociologia, c’è secondo me un passaggio fondamentale che permette di tenere insieme tutto questo discorso: il modo in cui Freud ha costruito la sua teoria del Super-Io a partire dall’osservazione delle nevrosi, e il fatto che le sue prime pazienti fossero quasi esclusivamente donne. Le prime formulazioni della psicoanalisi nascono infatti dall’osservazione clinica di donne che manifestavano sintomi isterici, paralisi, afasie, dolori senza causa organica. Freud si trovò davanti a un tipo di sofferenza che la medicina positivista dell’epoca non riusciva a spiegare, perché non corrispondeva a nessuna lesione visibile. Da qui l’intuizione rivoluzionaria: i sintomi nel corpo rappresentavano il conflitto tra pulsioni e norme interiorizzate.

Il bambino/la bambina, secondo Freud, inizia molto presto a interiorizzare i divieti e le aspettative dei genitori. Prima lo fa in modo eteronomo: rispetta la regola solo in presenza dell’adulto, per evitare la punizione. Poi, con la crescita, la regola si sedimenta e diventa autonoma: il bambino/la bambina la rispetta anche quando è solo/a. È in questo passaggio che nasce il Super-Io, il “controllore interno”, la voce della società che si installa nella psiche.

Questa interiorizzazione è così profonda che molte norme vengono applicate automaticamente, senza riflessione: vestirsi prima di uscire, parlare secondo un codice linguistico condiviso, controllare le pulsioni quando entrano in conflitto con ciò che è socialmente accettabile. Freud chiamava tutto questo “inconscio sociale”: un insieme di regole che vivono dentro di noi e che orientano il comportamento.

Quando questo lavoro di mediazione tra pulsioni e norme diventa troppo pesante, il sistema cede e compaiono le nevrosi. Le nevrosi, per Freud, sono il ritorno mascherato di conflitti non risolti, rimossi dal livello conscio ma ancora attivi nell’inconscio. È qui che entrano in gioco lapsus, atti mancati, sintomi corporei senza causa organica.

Ed è qui che entra in gioco anche la questione femminile. Le prime pazienti di Freud erano donne, e non per caso: erano loro, più degli uomini, a vivere un Super-Io collettivo particolarmente rigido. La società borghese ottocentesca (e, a ben vedere, l’intero sistema culturale patriarcale che la precede di millenni) imponeva alle donne un modello di comportamento estremamente limitante, fatto di divieti, silenzi, repressioni. Non sorprende che proprio le donne siano state le prime a manifestare sintomi nevrotici: erano loro a portare nel corpo il peso di un sistema normativo che non lasciava spazio all’espressione delle pulsioni.

Questo è il punto di contatto più evidente tra psicoanalisi e sociologia: il Super-Io non è solo una struttura psichica, ma un prodotto sociale. La sofferenza non è mai puramente individuale, ma il risultato di norme interiorizzate che riflettono rapporti di potere, ruoli di genere, aspettative culturali. Le nevrosi che Freud osservava nelle sue pazienti non erano semplicemente “malattie della mente”, ma la manifestazione clinica di un conflitto tra desideri profondi e un ordine sociale che non permetteva loro di emergere.

Pensare alla storia delle donne attraverso questa lente è stato inevitabile. Per secoli, il Super-Io collettivo ha imposto alle donne un ruolo subordinato, e questo non era solo un fatto esterno: era interiorizzato. La sociologia classica, scritta quasi esclusivamente da uomini, non ha colto fino in fondo questa dimensione. E questo, per me, è un limite enorme della disciplina. Non perché mancassero le donne in senso astratto, ma perché la sociologia (certo, come molte altre scienze) si è sviluppata in un contesto storico in cui l’accesso delle donne alla formazione superiore era fortemente limitato. Questo ha prodotto un canone teorico costruito quasi esclusivamente da uomini, con un punto di vista inevitabilmente parziale, come hanno mostrato numerose studiose contemporanee.

Quando, nel corso del Novecento, le donne hanno finalmente potuto accedere in modo più sistematico all’università e alla ricerca, la disciplina ha iniziato a trasformarsi. Non perché le donne portino una sensibilità diversa in senso essenzialista, ma perché hanno introdotto prospettive analitiche nuove, radicate in esperienze sociali storicamente marginalizzate. Simone de Beauvoir, Dorothy Smith, Arlie Hochschild, Patricia Hill Collins, Judith Butler e molte altre hanno mostrato come la vita quotidiana, il lavoro di cura, le emozioni, il corpo, la riproduzione sociale e le relazioni di potere fossero dimensioni centrali della vita sociale che la sociologia classica aveva trascurato. Non si è trattato semplicemente di aggiungere le donne alla sociologia, ma di riconoscere che il loro ingresso nella produzione di sapere ha ampliato l’orizzonte della disciplina, portando alla luce fenomeni che prima non venivano considerati oggetto legittimo di analisi.

È un cambiamento perfettamente coerente con ciò che la sociologia stessa insegna: il punto di vista è sempre situato, e ampliare i punti di vista significa ampliare la comprensione del sociale.

Questa consapevolezza, cioè che il sapere sociologico cambia quando cambiano i soggetti che lo producono, mi ha portata a riflettere sul ruolo del Super-Io freudiano. Se il Super-Io rappresenta la società interiorizzata, allora chi vive norme più rigide, ruoli più prescrittivi e aspettative più pesanti sviluppa inevitabilmente un Super-Io più severo. Molte studiose hanno messo in luce come la sofferenza individuale non possa essere compresa senza analizzare le strutture sociali che la generano.

Da qui nasce la mia domanda: perché oggi la terapia è quasi sempre individuale, quando molte delle nostre difficoltà sono il prodotto di un contesto sociale iper-razionalizzato, competitivo, consumistico, performativo? Perché lavoriamo quasi esclusivamente sull’Es, la parte pulsionale e plutoniana, ed è un lavoro prezioso, ma spesso manca completamente la dimensione del Super-Io, cioè la dimensione sociale, le norme interiorizzate, i condizionamenti culturali, le pressioni che ci abitano?

Viviamo in un mondo che ci bombarda di stimoli per farci consumare, che usa la paura come leva di controllo, che sviluppa neuroscienze e tecniche di persuasione per modellare i nostri comportamenti e che trasforma ogni disagio in un problema individuale da curare. E poi, però, la responsabilità di liberarci da tutto questo ricade su di noi, singolarmente, come se fosse colpa nostra se siamo ansiosi, stressati, alienati, confusi, come se il contesto sociale non avesse alcun ruolo. Ma perché?

Più studio sociologia, più mi rendo conto che questa disciplina potrebbe offrire strumenti fondamentali per comprendere la sofferenza contemporanea. Non per sostituire la psicoterapia, ma per integrarla. La sociologia studia le istituzioni, le disuguaglianze, i processi di razionalizzazione analizzati da Max Weber, il capitalismo delle emozioni descritto da Eva Illouz, la costruzione sociale della paura, la pressione al consumo, la precarietà come condizione esistenziale. E allora mi chiedo come sia possibile curare l’individuo senza curare il contesto, come si possa lavorare sull’Es senza lavorare sul Super-Io, come si possa guarire senza capire da cosa siamo stati formati.

Questa riflessione non nasce da un sapere psicologico, ma dal mio percorso personale e accademico. Nasce dall’incontro tra ciò che ho studiato in astrologia umanistica e ciò che sto studiando in sociologia. Nasce dal mio bisogno di capire perché soffriamo e da dove viene questa sofferenza. Nasce dalla consapevolezza che non siamo solo individui, ma prodotti di un contesto che ci attraversa, ci modella, ci condiziona.

E forse, nel mio piccolo, ciò che vorrei portare nella sociologia è proprio questo: una visione che tenga insieme la dimensione simbolica e quella sociale, l’interiorità e la struttura, l’Es e il Super-Io, o, nei miei termini astrologici, Plutone e Saturno. Perché penso che nessuna terapia, né psicologica né sociale, possa funzionare davvero se non tiene conto di entrambe le dimensioni.

 
 
 

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