La scienza del simbolo
- unamarziana
- 5 apr
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Aggiornamento: 6 apr

Nel cuore delle culture umane, sin dalle origini, il simbolo ha rappresentato un ponte tra visibile e invisibile, tra razionale e intuitivo, tra umano e divino. Lungi dall’essere un semplice ornamento linguistico o artistico, il simbolo si configura come una delle più antiche forme di conoscenza, capace di veicolare significati profondi e stratificati. Studi antropologici, psicologici e filosofici convergono nel riconoscere la funzione cognitiva del simbolo: esso permette alla mente umana di strutturare, organizzare e trasmettere concetti complessi attraverso immagini dense di senso.
Simbolo e conoscenza: una prospettiva antropologica
Studi antropologici, come quelli di Claude Lévi-Strauss e Mircea Eliade, hanno messo in luce come il simbolismo costituisca una struttura mentale universale. Lévi-Strauss, in particolare, sostiene che i miti e i simboli rappresentano regole fondamentali attraverso cui le società organizzano e interpretano la realtà. I miti, secondo l'antropologo strutturalista, non sono mere narrazioni arcaiche, ma strutture logiche che esprimono antinomie fondamentali (vita/morte, natura/cultura, maschile/femminile) radicate nella mente umana.
Allo stesso modo, Eliade ha evidenziato il ruolo del simbolo come ponte tra il mondo ordinario e quello sacro. In opere come "Il mito dell'eterno ritorno" (1949) e "Trattato di storia delle religioni" (1949), lo studioso rumeno mostra come il simbolo consenta all’essere umano di trascendere la dimensione profana del tempo e dello spazio, collegandosi al cosmo, al mito e all’origine. Nelle culture tradizionali, ogni gesto o oggetto simbolico assume un valore cosmico e archetipo: non rappresenta, ma è.
Simbolismi a confronto: India, Cina, Sud America
Ben prima delle grandi sistematizzazioni occidentali, civiltà antichissime hanno costruito complesse cosmologie simboliche. Nella tradizione vedica e nell’induismo, il simbolismo permea testi sacri e pratiche rituali: il mandala, ad esempio, è una mappa simbolica della psiche e del cosmo. Il linguaggio dei Veda è ricco di allegorie, e il sanscrito stesso è strutturato per evocare stati interiori, più che per descrivere oggetti esterni.
In Cina, il pensiero taoista e quello confuciano, come anche la medicina tradizionale, sono fondati su un pensiero simbolico-analogico: yin e yang, i cinque elementi, il ciclo dei mutamenti espresso nell’I Ching. Anche qui, la logica non è lineare ma relazionale: il simbolo funge da mediatore tra il microcosmo dell’individuo e il macrocosmo dell’universo.
Nelle culture mesoamericane, come quella maya e azteca, il simbolo assume una funzione politica, cosmologica e spirituale. Il calendario sacro (Tzolk'in) è una struttura simbolica attraverso cui interpretare eventi, cicli di vita, e qualità personali. I glifi incisi nelle stele, nei codici e nei templi sono espressioni di una lingua simbolica che coniuga tempo, spazio e destino.
Dall’analogico al razionale: una frattura epistemologica
Con l’avvento della modernità e della rivoluzione scientifica (XVI–XVII secolo), si assiste a una progressiva separazione tra sapere simbolico e sapere scientifico. La nascita del metodo scientifico, fondato su osservazione, sperimentazione e verifica, ha comportato un netto spostamento verso la logica deduttiva e quantitativa. In questo processo, il metodo per analogia — che per millenni ha guidato le interpretazioni del mondo — è stato delegittimato. La scienza moderna ha scelto di fondarsi sul metodo induttivo-deduttivo: dal particolare al generale, e poi deduzioni logiche da ipotesi testabili.
Di conseguenza, discipline come l’astrologia, la medicina umorale, l’alchimia e perfino la filosofia naturale sono state escluse dal novero delle scienze "ufficiali", etichettate come superstizioni o pratiche divinatorie. L’uso del simbolo ha subito una progressiva marginalizzazione, riducendolo a linguaggio poetico, religioso o artistico, privo di valore epistemologico.
Come spiega Umberto Galimberti, nella sua riflessione su “Psiche e techne” (1999), la modernità tecnica ha disgiunto la conoscenza dal senso: ciò che conta è il funzionamento, non il significato. In questo scenario, la scienza del simbolo è stata relegata ai margini, nonostante la sua profondità ermeneutica e la sua capacità di attivare la dimensione intuitiva e riflessiva della coscienza.
Perché mi sono interessata al simbolo?
Personalmente, il mio interesse per la scienza del simbolo è nato dalla scoperta del suo potere trasformativo. Inizialmente, non comprendevo quanto potesse essere potente questo mezzo per esplorare l’inconscio. È stato attraverso lo studio dell’astrologia, del tema natale e dei tarocchi che ho iniziato a rendermi conto di come il simbolo possa fungere da specchio dell’anima, rivelando parti nascoste di noi stesse che spesso sfuggono alla mente razionale. Questi strumenti, se ben compresi e non banalizzati, risvegliano l’intuizione, ci mettono in contatto con le emozioni più profonde e facilitano l’integrazione delle ombre.
Astrologia e tarocchi: scienze simboliche della psiche
Lungi dall’essere semplici pratiche divinatorie, astrologia e tarocchi rappresentano sistemi simbolici complessi. Nella mia visione, l’astrologia non ha nulla a che vedere con oroscopi giornalieri o presunti influssi energetici dei pianeti. È una potente scienza simbolica della psiche, basata sull’osservazione millenaria delle corrispondenze tra cielo e coscienza. Il tema natale, letto simbolicamente, diventa una mappa della psiche e dell’anima: ogni pianeta, segno e casa riflette funzioni psichiche, archetipi, dinamiche interiori.
Analogamente, i tarocchi, se considerati come archetipi visivi e narrativi, stimolano riflessioni profonde. Jung stesso ne apprezzava il valore simbolico e li considerava strumenti in grado di attivare l’immaginazione attiva. Entrambi i sistemi si basano su un approccio analogico: non spiegano attraverso una logica causale, ma suggeriscono significati attraverso associazioni, risonanze, metafore.
Il metodo analogico — distinto da quello deduttivo e induttivo — è basato sulla corrispondenza tra livelli diversi della realtà. È stato usato per secoli nelle scienze naturali (si pensi alla teoria delle segnature in erboristeria), nella filosofia, nella medicina. Fino alla rivoluzione scientifica, anche la conoscenza accademica si avvaleva di questo metodo: basti pensare al ruolo dell’astrologia nelle università medievali, dove era insegnata come parte delle scienze quadriviali.
Oggi, la riscoperta dell’approccio simbolico appare sempre più urgente. La conoscenza razionale, per quanto potente, non è sufficiente a spiegare la complessità dell’essere umano. I simboli non appartengono al passato: ci parlano ancora, ogni volta che abbiamo il coraggio di ascoltarli.
Forse il tempo è maturo per ricucire quella frattura tra logos e mythos, tra scienza e simbolo. Possiamo immaginare una nuova episteme, capace di integrare rigore e immaginazione, calcolo e significato, mente e anima?
Bibliografia
Eliade, M. (1954). Il mito dell'eterno ritorno. Archetipi e ripetizioni. Edizioni Borla.
Lévi-Strauss, C. (1949). Le strutture elementari della parentela. Feltrinelli Editore.
Jung, C. G. (1959). L'uomo e i suoi simboli. Rizzoli.
Campbell, J. (1949). L'eroe dai mille volti. Edizioni Astrolabio.
Galimberti, U. (2000). Psiche e techne: L'uomo nell'epoca della tecnica. Feltrinelli.



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