La stagione dello Scorpione: il coraggio di morire per rinascere
- unamarziana
- 5 giorni fa
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Il 2025 sta volgendo al termine e, per me, si chiude come uno degli anni più difficili della mia vita. Un anno segnato da prove che hanno scavato in profondità, fino a culminare in quella che considero la più dura: la fine di una relazione intensa, un grande amore che credevo destinato a durare. La rottura è arrivata come un fulmine, inaspettata e inaccettabile per la mente e per il cuore. È un trauma che porta con sé il sapore del lutto, un dolore difficile da attraversare, che richiede piena presenza e capacità di restare dentro la ferit
a. Un passaggio complesso, ma necessario.
Proprio mentre vivo questa ferita, trovo sostegno nel simbolismo della stagione dello Scorpione. Questo tempo mi ricorda che la morte non è un incidente del percorso, ma parte integrante del ciclo della vita. Non possiamo sfuggirla, perché la morte è vita: senza la fine non ci sarebbe inizio, senza il buio non potremmo riconoscere la luce. Lo Scorpione, segno che governa le profondità e le trasformazioni radicali, insegna che ogni perdita è anche un passaggio, un rito di rigenerazione. È la consapevolezza che ciò che muore dentro di noi apre lo spazio per qualcosa di nuovo, che il dolore non è soltanto distruzione ma anche seme di rinascita. Questa stagione mi invita a restare presente nel vuoto, a non temerlo, a riconoscere che proprio lì si cela la possibilità di una vita più autentica.
La separazione, come ogni lutto, attraversa fasi che non si possono evitare: prima la negazione, poi la rabbia, la contrattazione, e infine la resa. Non è un percorso lineare, ma un movimento interiore che ci porta a confrontarci con il vuoto. E il vuoto spaventa. Ci terrorizza l’idea di non avere più appigli, di non sapere cosa verrà dopo. Ma è proprio nello spazio lasciato libero che può germogliare qualcosa di nuovo.
Il processo che sto vivendo non è una semplice fase di passaggio, ma una vera immersione in territori interiori che non si possono evitare. È come sostare su una soglia: un luogo sospeso, dove ciò che era non esiste più e ciò che sarà non è ancora visibile. In questo spazio di transizione, la vita chiede presenza totale, la capacità di restare nel vuoto senza riempirlo a tutti i costi. È qui che si impara il non attaccamento, non come rinuncia o indifferenza, ma come atto di fiducia: lasciare che ciò che è finito si dissolva, accettare che ogni esperienza ha un tempo, e che la sua conclusione non è una sconfitta ma parte del ritmo naturale dell’esistenza. È un esercizio radicale di coraggio, perché significa non opporsi al flusso, ma riconoscere che la vera trasformazione nasce proprio dall’attraversare il dolore senza fuggirlo.
La domanda che mi accompagna è inevitabile: perché la vita ci mette di fronte a sfide che sembrano insuperabili? Forse perché soltanto attraversando il dolore, senza scorciatoie, possiamo intravedere chi siamo davvero. Ogni trasformazione autentica nasce da una morte simbolica: il crollo di certezze, la dissoluzione di identità che pensavamo immutabili. Ogni rottura ci obbliga a spogliarci di strati che non ci appartengono più, a lasciare che ciò che era si consumi, affinché possa emergere una forma nuova di noi stessi.
La stagione dello Scorpione mi insegna che la morte non è un epilogo, ma un varco. È un invito a sostare nel vuoto, a non temerlo, a riconoscere che proprio nello spazio lasciato libero germina la possibilità di un futuro diverso. Non è una promessa di primavera facile o immediata, ma la consapevolezza che dalla distruzione può nascere un ordine più autentico, più fedele alla mia verità interiore. È in questo silenzio, in questa soglia, che si prepara la rinascita.



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