
Quando la casa non basta. Radici, corpo e sicurezza nell’era della modernità liquida
- unamarziana
- 13 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
La casa, da sempre, non è solo uno spazio fisico. È un simbolo. È il luogo dove si radica l’identità, dove il corpo si rilassa, dove la psiche abbassa le difese. La casa è nido, tana, porto sicuro. O almeno lo è stata per secoli, nell’immaginario collettivo e nelle strutture sociali che lo sostenevano.
Oggi, però, questa idea è sempre più fragile.
Viviamo in un’epoca in cui abitare da soli è diventato un privilegio, non una tappa naturale della crescita. Comprare casa è fuori portata per molti; affittare in solitaria è spesso economicamente insostenibile. La stabilità abitativa non è più garantita, ma negoziata mese per mese. La sicurezza domestica, che un tempo era un diritto implicito, oggi è una conquista precaria.
Eppure, la casa non è mai solo un luogo. È un’esperienza incarnata, un senso di continuità, un punto fermo da cui partire e a cui tornare.
La stabilità abitativa non è più la base da cui si costruisce una vita adulta, ma una meta incerta, rimandata, talvolta irraggiungibile.
La società ci continua a chiedere radicamento. A una certa età ci si aspetta che si sia “sistemati”, che si abbia un nido, una base sicura da cui progettare il futuro. Questo scarto tra richiesta sociale e possibilità reale produce una tensione profonda, che non è solo materiale ma esistenziale. In coppia, ancora, il sistema regge. Due redditi, una progettualità condivisa, una legittimazione sociale. Ma fuori dalla coppia il terreno si fa instabile. Il diritto a un porto sicuro non è più garantito, e questo ridefinisce radicalmente il modo in cui ci relazioniamo allo spazio, agli altri e a noi stessi.
Perché parlo di questo oggi, e perché scelgo di farlo anche in prima persona? Perché questa riflessione non nasce solo da un’analisi sociologica, ma da un vissuto personale ed emotivo che attraversa il mio modo di abitare il mondo. Con lo sguardo da sociologa osservo i cambiamenti strutturali dell’abitare; come astrologa riconosco che alcune dinamiche collettive risuonano con particolare intensità in alcune storie individuali.
Nel mio tema natale Chirone si trova in quarta casa, e non è un dettaglio secondario. Chirone ci insegna che il settore in cui si trova indica la nostra ferita principale, il punto in cui qualcosa non si è mai completamente sedimentato, ma anche il campo attraverso cui possiamo sviluppare consapevolezza e, nel tempo, trasformare quella mancanza in un sapere da restituire al mondo. Parlare di casa, di radici, di sicurezza e di radicamento non è quindi, per me, solo un oggetto di studio: è un nodo esistenziale che conosco dall’interno.
Per chi, come me, ha Chirone in quarta casa, questa ferita si manifesta con una forza particolare. Il bisogno di radicarsi è intenso, profondo, viscerale, eppure continuamente frustrato
A un certo punto, però, la domanda diventa inevitabile. Se la casa esterna non è accessibile, se il radicamento materiale è fragile o impossibile, dove possiamo costruire sicurezza? Dove possiamo davvero abitare?
Qui entra in gioco il corpo.
Il corpo è la nostra prima casa. Il nostro primo contenitore. Il primo spazio che abitiamo e che ci abita. Eppure il sistema occidentale capitalistico ci ha progressivamente allontanati da questa dimensione. Da almeno tre secoli abbiamo investito quasi esclusivamente nello sviluppo dell’intelletto, della mente, della produttività cognitiva. Abbiamo costruito società basate sulla performance mentale, sulla velocità, sull’astrazione. In questo processo abbiamo disabitato il corpo. Lo abbiamo ridotto a strumento, a macchina, a oggetto da ottimizzare o correggere.
Non siamo più presenti nei nostri corpi. Viviamo nella testa, nel pensiero, nella proiezione continua verso il futuro. Ma il corpo conserva una saggezza antica, pre-razionale, ancestrale. È nel corpo che si registra la sicurezza o la sua assenza. È nel corpo che sappiamo se siamo al sicuro, prima ancora di poterlo spiegare. Senza questa presenza incarnata, nessuna casa esterna può davvero bastare.
Per chi, come me, sente questa frustrazione, questo lavoro sul corpo non è un accessorio. È una necessità. Se il mondo non offre facilmente un porto sicuro, diventa fondamentale costruirne uno interno. Tornare al corpo come tempio, come tana, come spazio di riparazione. Imparare ad ascoltarne i ritmi, i limiti, le risposte sottili. Riabitare il corpo significa ricostruire un senso di continuità, di confine, di presenza.
Sociologicamente, questo passaggio è cruciale. In un’epoca di instabilità abitativa, precarietà economica e relazioni fluide, la sicurezza non può più essere delegata solo alle strutture esterne. Va coltivata come competenza interiore. Questo non significa negare il problema politico e materiale della casa, ma riconoscere che senza un radicamento incarnato restiamo esposti, disorientati, frammentati.
Forse oggi la vera rivoluzione del radicamento passa da qui. Dal recupero del corpo come luogo abitabile. Dal rallentare abbastanza da sentire. Dal costruire stabilità non solo attraverso il possesso, ma attraverso la presenza. Perché senza un corpo abitato, nessuna casa è davvero casa. E senza sicurezza interiore, nessun nido esterno può reggere a lungo.



Commenti